Le ali del Sogno, ali di Thoth [seconda parte]

Una domanda sorge spontanea: perché ci dovrebbero interessare i miti ed i simboli di età tanto lontane? È forse solo uno studio accademico e sapere culturale? La risposta è che, nell’eternità dello spirito, noi sincronicamente vibriamo e siamo uniti ad essi. I miti sono ben radicati nel profondo del nostro inconscio. Si sono rivestiti man mano di incrostazioni culturali, ma il loro nocciolo è l’archetipo che ancora non è tramontato.
Strada facendo esamineremo le loro principali simbologie. Queste ci parlano tramite il sogno ed i mondi paralleli, mediante il Ka, l’Ombra e l’Akhu.
"Tu non mi puoi conoscere se non diventi me", così ci dicono i Neteru, e con l’aiuto di Bes cercheremo di varcare la soglia del grande mistero.
Bes è il guardano della soglia. Il geroglifico Bes ci fornisce una serie di connessioni illuminanti sul ruolo, il significato e i rapporti magico-sacrali fra elementi che possono sembrare del tutto estranei tra di loro. Bes significa animale (il leopardo), ma anche indurre energia trasformatrice (a un sacerdote o un re), oppure forma, figura, statua, o visibile immagine di un dio. Inoltre Bes è fiamma, fuoco, esser caldo. Significa anche entrare; Bes è il maestro, il portale del tempio stellare. Bes è presente alla nascita per stornare gli spiriti malvagi che possono nuocere al neonato. Con lui possiamo avventurarci nelle porte stellari, ed andare oltre le limitazioni che la società, la paura e la morte hanno costruito intorno a noi per non farci salire sulle scale del cielo ed andar via vivi, non morti.

O re, tu non sei andato via morto,
tu sei andato via vivo
T.P. 213


Bes è: “Io sono quel pigmeo della danza del Neter, che diverte il dio in fronte del suo grande trono...” T.P. 517 §517. Ed è sempre lui che ci ricollega alle pratiche sciamaniche a cui avevamo accennato. Anni fa, un amico antropologo mi suggerì la lettura di un libro di Felicita Goodman [1], che cambiò la prospettiva con cui affrontavo le raffigurazioni egizie. Esso rilevava che nella grotta di Lescaux è raffigurato un uomo inclinato di 37 gradi dal piano orizzontale, con un braccio alzato ed il fallo eretto, di fronte ad un bisonte. Tale posizione e inclinazione sono rappresentate anche nella tomba di Ramses IX. La Goodman provò questa posizione all’interno di un rituale che comprendeva tecniche di vuoto mentale, danza e musica di tamburo, e che generava uno slittamento di percezione simile alla trance sciamanica.
Incuriosita, la provai anch’io, e la feci provare ad altre persone. I risultati furono di energia vitale in azione e anche di totale slittamento percettivo, con sensazioni di esperienza reale in una dimensione energetica connessa con i corpi superiori dell’ombra e del corpo magico dell’Akhu. In altre parole, nei reami propri della dimensione del sogno. Queste esperienze avvennero nell’arco di pochi minuti e tutti i partecipanti, ognuno con le proprie caratteristiche individuali, ebbero accesso alla medesima dimensione percettiva [2].
I piani inclinati sono raffigurati in tutto l’arco della storia egizia, come rampe per la discesa dell’anima verso il Duat oppure come scale per salire al cielo. Le posizioni inclinate erano parte del rituale di resurrezione, in cui si faceva risorgere il defunto mediante il passaggio dalla posizione inclinata verso quella in piedi. Degli inni sacri scandivano il rituale.
Entrare nella tomba, chiamata la casa dell’eternità, era risorgere a vita nello spirito. Compiuto il rituale da vivo, per l’iniziato era l’ingresso al corpo magico, l’Akhu della dimensione causale.
Le discipline sciamaniche sono incentrate su tecniche di sogno, viaggi nei mondi dell’ombra per guarire, collegamenti con il regno animale e naturale – pietre e vegetazione - e con spiriti o anime dei defunti. Bes ci indica tutto questo. Inoltre, gli animali come manifestazione dello spirito, come forma visibile del divino, sono uno dei cardini della tradizione egizia. Non ci si può addentrare nella sua disciplina e pratica se non si è in sintonia col regno animale. La divinità, oltre che con la bandiera, è raffigurata con il falco se maschile, e con il cobra se femminile.
La dea madre primordiale è dea-uccello, specificamente, l’avvoltoio. La regina continua questa tradizione ed è il medesimo uccello: il suo copricapo è un avvoltoio con le ali spiegate, che le avvolge la testa.
Il sogno è l’ingresso sapiente in un’altra realtà, nel tempo che si annulla, nelle realtà parallele, nella sincronicità: tutto avviene allo stesso tempo. Seshat è la sincronicità ed è colei che determina la durata della vita, cioè del tempo. Anche lei, come Bes, veste pelle di leopardo - le cui chiazze maculate sono simbolo del cielo stellato - e significano connessione con il cosmo e con l’ordine matematico.

L’universo, il creato, è il sogno di potenti entità, gli dèi, i Neteru. Il Neter si concretizza in terra nella sua statua e dalla sua statua continua ad indurre ed a riproporre il suo sogno. Bes è dunque forma, figura, statua, visibile immagine di un dio. Il rapporto esistente tra il dio, la sua statua viva ed il re - l’Adepto - è di identità.

Tu sei nato (il re) da Akhet la Grande,
adornato sei tu come l’immagine di Akhet.
Tu sei nato dall’immagine di Akhet
E sei adornato come Akhet la Grande,
Poiché tu sei Horus circondato
Dalla protezione del suo occhio”
T.P. 221


Questo rapporto viene sancito nel rituale dell’incoronazione. Il re è incarnazione del dio Horus, che viene indotto nell’iniziato per mezzo del rito. Il rituale si compie a livello dell’Akhu, quello dei sogni creativi. Perciò sogno, statua e rituale sono connessi dal loro essere partecipi di una stessa realtà trascendente e causativa.
Una volta i regnanti erano stati gli stessi dèi, poi lo divennero i seguaci di Horus, infine il principio divino fu fatto discendere - come nelle statue – nell’iniziato per mezzo del rito e col canto degli Inni.

O re, sollevati sopra le tue ossa di ferro
E membra d’oro,
poiché questo tuo corpo
appartiene a un dio:
non si ammuffirà,
non sarà distrutto,
non andrà putrefatto.
Il calore che è nella tua bocca
è il respiro che proviene
dalle narici di Sutesh.
E i venti del cielo saranno distrutti
se il calore che è nella tua bocca
sarà distrutto;
il cielo sarà privato delle sue stelle
se mancherà il calore che è nella tua bocca
T.P. 723


In Egitto la creazione della statua si faceva derivare direttamente da Ptah. “Egli (Ptah) ha fatto le città; ha fondato i nòmi (regioni) ha posto gli dèi nei loro santuari, ha formato i loro corpi (le statue) secondo il loro desiderio. Così gli dèi entrarono nei loro corpi (le statue) in ogni tipo di legno, in ogni tipo di pietra, in ogni specie di minerale, in ogni specie di sostanza che nasca sopra di lui e per il cui mezzo possano manifestarsi [3].” La statua del dio si chiama Mesi –che significa nascere. Altro nome è Sennu, duplicato. Anche Seshem, guida, leader. Altra parola è Tut, duplicato, statua, usata nel Testo delle Piramidi 221 citato sopra. Le statue vive, come anche tutta l’arte Egizia, sono un mezzo per manifestare gli archetipi formanti, e qui ci si accosta a Platone. Nella “Vergine del mondo” di Strabone, Iside tramanda al figlio Horus il procedimento della creazione che consiste in Inni da cantare mentre viene rimescolato un sacro impasto originario. Il canto è nutrimento degli dèi, che mediante il suono si manifestano. Questo è il più grande “sacrificio” e il sacrificante si eleva vibrazionalmente unendosi alla divinità. La tradizione Vedica fornisce le norme per la costruzione delle statue vive e per la discesa in esse della vita. Ai bramini, che sono coloro che dovranno compiere i riti di vivificazione, e che dettano le norme di costruzione, è fatto però divieto di costruirle essi stessi. Purtroppo richiedono un sacrificio cruento. Dimenticano i modi della creazione e che per render viva qualcosa bastano gli inni di lode.

Note
1 - Where the spirit rides the wind, Felicita Goodman, Indiana University Press
2 - V. Il Libro del Drago: l’architettura del cosmo, pag. 129, Athon Veggi, Venexia Editrice
3 - Testi religiosi egizi, pag. 91 nota 3, Donadoni, TEA